Cultura Digitale: 5 domande a Liberato Strazzullo di IEM S.r.l.

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Oggi i dati sono considerati il nuovo petrolio ed è per questo che ho invitato nel mio format video “5 domande a” uno dei massimi esperti di dati Liberato Strazzullo di IEM S.r.l. per fare un po’ di cultura digitale sula preziosità dei dati.

L’importanza di questa cultura del dato deriva dal fatto che oggi le aziende di successo prendono le decisioni in maniera data driven, ovvero guidate dai dati.

Liberato Strazzullo: dagli studi all’approccio data driven

Ho chiesto a Liberato Strazzullo della sua storia, come faccio sempre in questo mio format di Cultura Digitale. Dopo aver frequentato il liceo scientifico ed essersi laureato in informatica all’università ha subito cominciato a lavorare in una classica software house agency che si occupa di sviluppo siti.

Qui il suo compito era la gestione front-end.

Solo successivamente è passato a un’azienda che cercava una persona capace di gestire e realizzare ecommerce dal lato tecnico.

Negli anni, mi ha raccontato, ha sentito nascere dentro di lui la necessità di provare qualcosa di nuovo e, visto che il CEO dell’azienda per cui lavorava è sempre stato aperto alle novità e alle sperimentazioni, ha deciso di avanzare la sua proposta.

Era il 6 giugno 2016, alla fine di una riunione, Liberato aveva in mano una manciata di fogli con la prima bozza del progetto IEM. Arrivato il suo turno fa la presentazione del progetto nella maniera più classica possibile e lascia i fogli in mano al CEO che, dopo averli letti, alza la testa e gli dice “Ok, questa cosa si deve fare”.

Liberato mi ha confessato di ricordare perfettamente le parole usate dal CEO che hanno dato vita alla startup che l’ha portato fino da me, nel mio format di Cultura Digitale, che oggi si chiama IEM S.r.l..

Tutto è nato dal sentire che “mancava qualcosa

IEM è la soluzione capace di aiutare l’azienda e chi deve leggerne i dati a prendere una decisione.

Alla riunione, continua a raccontarmi Liberato Strazzullo, c’era chi si occupava di Ads, chi di store management, chi di magazzino ecc.. però “mancava qualcosa”.

A mancare era un sistema che permettesse a ciascun referente di reparto di avere tutte le informazioni sotto controllo subito.

Ogni giorno prendeva appunti su ciò che potesse essere utile ascoltando le lamentele e le problematiche che si creavano durante la comunicazione fra i vari reparti. Appunti che sono diventati il progetto di IEM.

La cultura del dato nelle aziende con progetti ecommerce e non

Nelle aziende esiste una sensibilità al dato ma con un approccio sbagliato.

I vari referenti dei singoli reparti hanno sempre sotto mano i loro dati e, in base anche a quelli, prendono le decisioni.

Purtroppo però il loro ragionamento è a compartimenti stagni, mi racconta Liberato in base alle sue esperienze professionali. Ogni referente guarda solo i dati del proprio ambito senza comprendere le dinamiche collettive di un’azienda che però è costituita dall’insieme dei vari reparti.

In questo modo i referenti non comunicano tra di loro e non si coordinano, creando quello che si può definire un disallineamento della strategia la cui conseguenza più logica è la classica lamentela sul calo delle prestazioni.

Il lavoro con IEM S.r.l. non è solo quello di fornire un’analisi dei dati più completa. Infatti Liberato mi racconta che con la startup hanno fatto anche un’azione di evangelizzazione con lo scopo di far comprendere alle aziende l’interesse che devono avere verso il dato ma non come isolato ed estemporaneo, bensì come concetto di KPI (Key Performance Indicator) e di metrica.

Leggi anche KPI ecommerce: cosa sono e perchè è utile monitorarli

Che cos’è l’approccio data driven?

Nelle aziende, fino a qualche anno fa, vigeva il concetto di “vendere a sensazione”.

Liberato Strazzullo mi ha anche raccontato che ogni volta che un cliente gli propone qualcosa tende a rispondere con una domanda semplice: “Perché?”.

Dal silenzio solitamente ottenuto in risposta nasce l’esigenza all’educazione della cultura del dato.

L’approccio data driven è la tendenza di un’azienda a prendere decisioni strategiche in funzione dell’analisi dei dati. Per farlo è necessario avere accanto un professionista che possa supportarne l’interpretazione.

È così che Liberato e la sua azienda hanno cominciato a suggerire i brief di gruppo, o almeno One-to-Two.

Solo così le aziende sono riuscite a comprendere che il successo o l’insuccesso di una strategia dipende dalle decisioni prese in seguita a un’analisi dei dati che deve essere condivisa e monitorata da tutti i reparti.

Le figure professionali in un’azienda data driven

Per rispondere alla mia domanda su quali fossero le figure professionali indispensabili in un’azienda data driven, Strazzullo parte dal presupposto che ciascun referente di reparto conosca i KPI di settore.

Per avere un approccio data driven reale, in azienda serve qualcuno capace di monitorare le metriche, comprenderle e interpretarle. Questa figura professionale prende il nome di Data Analyst.

Però diviene fondamentale, mi spiega ancora Strazzullo, che al Data Analyst sia affiancato un responsabile di reparto competente che lo aiuti a identificare KPI e metriche di riferimento più corretti. Questo perché un Data Analyst non può conoscere in maniera approfondita tutte le procedure di ogni reparto.

Solo dopo aver stabilito i KPI e avviato il monitoraggio delle metriche verticali per ciascun reparto con un Data Analyst l’azienda può definirsi data driven.

La nascita di IEM

IEM nasce dalla necessità di avere per ogni cliente tutte le informazioni all’interno di un unico accesso.

Questa necessità si palesa nel momento in cui il referente di progetto viene chiamato da un cliente che si lamenta delle prestazioni dopo aver mal interpretato un dato. È una sorta di “difesa” del referente di progetto che può, in qualsiasi momento, accedere ai dati per confrontarsi in maniera costruttiva con il cliente.

È solo così che si possono pianificare le strategie migliori.

L’obiettivo di IEM è anche di ridurre al minimo il tempo necessario al reperimento delle informazioni, così da poterne dedicare di più alla costruzione della strategia. Inoltre, in questo modo si evita anche l’overbooking dei dati.

Liberato aggiunge poi che è ovvio che IEM è un DMP (Data Management Platform) che serve per aggregare, monitorare e analizzare i dati. Ma la startup parte sempre da un presupposto molto semplice: se esiste un canale nel modello di business che entra in gioco, deve essere monitorato a qualunque costo.

Questo è un approccio data driven.

Infatti, se un’azienda data driven ha più canali di vendita, avrà anche più sorgenti di dati. Aggregarli e monitorarli in maniera semplice e veloce fornisce un grande potere decisionale. Senza parlare dell’enorme risparmio di tempo e risorse!

Però è anche necessario saper leggere e interpretare i dati nella maniera corretta.

Ecco perché IEM non è un semplice DMP.

Liberato mi spiega che spesso, grazie alla loro esperienza, possono fornire anche consigli mirati ai clienti chiedendo di monitorare i dati di tutti i canali.

IEM e l’approccio data driven servono solo per le aziende già strutturate online?

Per un ecommerce operativo da qualche anno, dopo l’attivazione del programma, IEM può lavorare a ritroso, raccogliendo i dati per ogni sorgente.

In questo modo si è in grado di monitorare tutto ciò che è stato fatto, nel bene e nel male. Inoltre l’azienda può rendersi conto di quali prodotti, e in quale forma proposta, hanno funzionato meglio, o peggio.

Un approccio data driven su un ecommerce già attivo da qualche anno serve anche per comprendere come migliorare le vendite e quali bundle realizzare.

Per un ecommerce in startup invece, IEM diventa essenziale per comprendere e monitorare in diretta l’andamento degli investimenti.

Il monitoraggio avviene con un aggiornamento di 24h, per cui le eventuali perdite sono ridotte al minimo, mi spiega Strazzullo con evidente passione.

Così, l’ecommerce in startup può cominciare a pianificare i primi 7 giorni, per poi passare alla pianificazione dei successivi 15 e così via, fino alla struttura di una strategia più lunga.

Tra gli esperti del settore, mi racconta Strazzullo, questo tipo di servizio si chiama “analisi a braccetto” perché segue lo sviluppo del business passo dopo passo.

Il dato è tratto

Liberato Strazzullo è attivo anche dal punto di vista della formazione e della cultura digitale del dato.

Il suo format si chiama “Il dato è tratto”, una citazione rielaborata per spiegare quanto la cultura del dato sia importante.

Un dato, infatti, mi racconta Liberato, è in grado di dirti “se è troppo tardi” (ma almeno te ne rendi conto e non fai altri danni).

L’obiettivo de Il dato è tratto è quello di  inculcare la cultura del dato.

La domanda di rito finale

Alla mia domanda di rito “qual è il tool a cui non rinunceresti?” Strazzullo risponde con profondità:  “La fantasia e la curiosità sono gli strumenti a cui non rinuncerei mai”.

La voglia di sperimentare, di non fermarsi a un traguardo raggiunto considerandolo invece un nuovo punto di partenza sono le caratteristiche di chiunque voglia fare un lavoro nel mondo digitale secondo Liberato.

La sorpresa finale che mi ha fatto Liberato Strazzullo

Liberato mi ha voluto salutare con una citazione che mi ha fatto commuovere: “L’ecommerce è la tipologia di progetto digitale che più amo perché è multidisciplinare e coinvolge diverse materie: dall’ottimizzazione dei contenuti alle campagne a pagamento, dall’automatizzazione dei processi all’analisi dei dati”.

Questa è una citazione del mio libro “E-commerce start-up”, lo trovi qui se vuoi scaricarne un‘anteprima.

Devo confessare che non me l’aspettavo e che non è stata una scelta preparata e per questo, oltre che per la grande disponibilità e per la preparazione, ringrazio ancora di cuore Liberato Strazzullo.

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Giuseppe Noschese

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Giuseppe Noschese
Giuseppe Noschese

Consulente ecommerce e formatore. Affianco le imprese e le aiuto a raggiungere gli obiettivi di business.

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Co-Founder Ecommerce HUB